mercoledì 3 dicembre 2008

La citta' della gioia

Mi chiedo in realta' quanto sia rimasto di questa citta' cosi' come descritta nel libro di Dominique Lapierre...sicuramente i ritkshaw, ancora trainati da uomini anziani, affaticati e malandati, troppo mingherlini per credere che riescano davvero a correre sorreggendo questa sorta di carretto a due ruote, il piu' delle volte stipato di persone o di scatole all'inverosimile. Quasi sorprende il vederli muoversi agilmente tra le macchine, i taxi e le moto, tra il futuro ormai presente ed un passato che non vogliono abbandonare, perche' conosciuto, perche' sicuro. E Kolkata e' un po' cosi': in bilico tra cio che da noi accadeva 50 anni fa e cio che accade ora nei Paesi piu' ricchi: e' facile vedere bambini che giocano ancora con una ruota di bicicletta ed un bastoncino per spingerla, muli che trasportano enormi sacchi di riso e lenticchie, donne avvolte da saree dai colori sgargianti che sorreggono con una mano il vaso carico d'acqua prelevata dal pozzo dietro l'angolo, appoggiato ad una ciambella di stracci che nasconde la scriminatura dei capelli dipinta di rosso, ad indicare che sono sposate, e trovare, 3 metri oltre, un Internet cafe' con connessione a banda larga davanti al quale e' posteggiata una Honda nuova di zecca, il cui proprietario indossa jeans, camicia di seta e scarpe lucidate da poco, forse proprio da uno dei ragazzini che ancora si aggira munito di spazzole e vernici, pronto a renderti lo stesso servizio per 20 rupie (30 cent di euro).
L'ospitalita' di questa citta' avvolge piacevolmente, soprattutto dopo essersi sentiti un po' "prede" dei vari negozianti nelle cittadine piu piccole e piu turistiche in cui siamo stati fin'ora.
Capita piu facilmente di scambiare quattro chiacchiere disinteressate con qualche commerciante, qualche venditore ambulante o qualche studente, soprattutto a proposito di Bombay (qui: Mumbai) e di cio' che e' accaduto negli ultimi giorni. Gli indiani ne sono rimasti profondamente scossi e nonostante cio' si preoccupano che noi turisti non pensiamo che siano tutti della stessa pasta: "It hurts, and I'm scared for my children", ci dice Kishore, proprietario del chiosco di bibite fresche davanti al Queen Victoria Memorial e padre di famiglia, "But, you know, Indians are good people. I hope that you tourists will still come and visit India, because these ones who did all that were just a few people". E noi lo sappiamo. Purtroppo quando si e' dall'altra parte del mondo e' difficile distinguere.

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